In italia, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, lo sviluppo dell’energia eolica non va poi così male. Già nel 2011 l’Italia si collocava al 7 posto nella classifica mondiale e attualmente si trova al 4′ posto in quella europea. Nel 2013, ha prodotto 15 TWh (tetra watt all’ora) di energia, in grado di coprire il fabbisogno energetico domestico di 15 milioni di persone, circa il 25% dell’intera popolazione, con un risparmio di circa 19 milioni di barili di petrolio corrispondenti a 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2.

Se consideriamo poi, che l’Italia importa un 13% di energia elettrica e un 80% di materie prime per la produzione di energia, l’incremento dell’eolico può aiutare a diminuire il tasso di importazione che, a livello globale, è tra i più alti. Il meccanismo di incentivazione dei Certificati Verdi (CV) è stato ideato proprio per sviluppare la produzione di energia elettrica nel mercato interno.

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Le primissime biostampanti non erano costose o patinate. Avevano l’aspetto di stampanti da tavolo da due soldi e, in effetti, lo erano. Nel 2000, il bioingegnere Thomas Boland, che ha de-scritto sé stesso come “il nonno del bioprinting” ha posato l’occhio su una vecchia Lexmark nel suo laboratorio alla Clemson University. Gli scienziati avevano già modificato le stampanti a getto d’inchiostro per stampare frammenti di DNA e studiarne la composizione genica.

Se un getto d’inchiostro poteva stampare geni, pensò Boland, forse lo stesso hardware avrebbe potuto stampare altri biomateriali. Dopotutto, le cellule umane più piccole misurano 10 micron, circa le dimensioni delle goccioline d’inchiostro standard. Così, Boland ha svuotato la cartuccia d’inchiostro della Lexmark e l’ha riempita di collagene. Ha poi incollato un sottile foglio di silicio nero a carta bianca e l’ha inserito nella stampante.

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Nell’ottobre 2012, gli astronomi svizzeri hanno scoperto un pianeta delle dimensioni della Terra che orbitava intorno alla stella più piccola del sistema binario Alpha Centauri. Seguendo la tradizione, gli scienziati che avevano scoperto il pianeta, gli diedero un’indicazione alfabetica Alpha Centauri Bb. In cerca di un soprannome più orecchiabile, la start-up Uwingu promosse un concorso pubblico per dargliene uno. Si pagavano circa 3,50 € per suggerire dei nomi e 99 centesimi per votarli. Una parte del ricavato andava poi alla ricerca e all’istruzione.

La campagna fu un successo, migliaia di persone vi parteciparono, ma richiamò anche l’attenzione dell’Unione Astronomica Internazionale (International Astronomical Union, IAU), arbitro indiscusso dei nomi celesti dal 1919. L’organizzazione si era schierata contro la Uwingu già in primavera, per una campagna finalizzata a vendere certificati per la denominazione dei crateri di Marte, nel tentativo di creare il primo atlante dettagliato del pianeta.

Il crowdfunding, ovvero il finanziamento collettivo, può essere un potente strumento perché in grado di creare il capitale che molti scienziati non potrebbero mai avere, soprattutto in tempi di tagli alla ricerca. Si pensi che solo quest’anno il budget della NASA si è ridotto del 10%. Negli ultimi anni, un certo numero di scienziati si è rivolto a grandi piattaforme di crowdfunding come Indiegogo e anche a quelle più piccole, pensate proprio per la scienza.

Futuro del crowdfunding

Attualmente non ci sono regole che impediscono, ad una catena di” pizzerie o ad un miliardario di comprare tutti i diritti di\ denominazione dello spazio. La IAU ha combattuto gli schemi di denominazione delle stelle per decenni e per buoni motivi. Le nomenclature standardizzate limitano la confusione, per questo la IAU le ha create. Dopo tutto, per fare un esempio, potremmo anche conoscerla come la Grande Mela o la Città che non dorme mai, ma sulle mappe ufficiali sarà sempre New York.

Negli ultimi sei anni, gli scienziati hanno scoperto più di 1.790 pianeti extrasolari, e migliaia sono ancora in attesa di essere confermati. Nel nostro sistema solare, dalle prime missioni verso Plutone, risulta che l’asteroide Cerere e una cometa arriveranno in autunno, rendendo gli standard di denominazione molto più importanti. Detto questo, il successo di Uwingu ha finora dimostrato che in questo processo, c’è un posto anche per il pubblico. La IAU l’ha capito e, l’anno scorso, ha collaborato con l’istituto no-profit SETI, per cercare i nomi per due nuove lune di Plutone.

Il prossimo passo potrebbe essere quello di lavorare con aziende, come la Uwingu, per raccogliere ed esaminare le idee pubbliche. La Uwingu, a sua volta, potrebbe utilizzare i concorsi e il crowdfunding come meccanismo di sostegno per la ricerca. Fatto sta che IAU e Uwingu hanno bisogno l’una dell’altra. E la scienza spaziale ha bisogno di entrambi.

Gli impianti fotovoltaici rappresentano una delle più grandi rivoluzioni del secolo scorso. Si tratta di dispositivi in gradi di trasformare l’energia solare in energia elettrica e possono essere sia collegati ad un impianto di rete elettrica che completamente isolati.

Impianti ad isola e impianti connessi alla rete elettrica

Gli impianti fotovoltaici che sono connessi alla rete elettrica si possono progettare in quelle zone dove è già presente un impianto di elettricità. Questi funzionano in modo tale da accumulare energia dal sole che poi viene trasformata in energia elettrica e riservata nelle tradizionali condotte di elettricità.

Ciò significa che una casa dotata di impianti fotovoltaici è comunque dotata anche della rete elettrica: la differenza sta nel fatto che sulla bolletta dell’elettricità più che esserci un debito per il consumatore, ci sarà un credito, che è appunto quello ottenuto dalla realizzazione dell’energia solare mediante i pannelli di cui ha dotato la propria abitazione. Tuttavia, ci sono anche luoghi in cui non esiste l’energia elettrica: in questi casi, avere un impianto fotovoltaico può essere la soluzione possibile a tutti i propri problemi. In sostanza si tratta di progettare un impianto ad isola, che produrrà da solo tutta l’energia di cui ha bisogno un’abitazione o un fabbricato per potersi sostenere.

Vantaggi economici e fiscali di un impianto fotovoltaico

Gli impianti ad Isola sono molto diffusi in Italia: ad esempio, sulle autostrade, è possibile notare moltissimi segnali stradali collegati ad un pannello solare. Il meccanismo funziona in questo modo: il segnale è esposto alla luce del sole durante il giorno e, durante questo periodo, accumula tantissima energia che viene, poi, impiegata durante la notte per dare luminosità al segnale quando la strada non è più illuminata naturalmente. Si tratta di un sistema molto diffuso, ma anche straordinariamente vantaggioso per tagliare le spese dell’energia elettrica.

I vantaggi di un impianto fotovoltaico sono moltissimi e sono soprattutto economici: innanzitutto, chi decide di acquistare un impianto fotovoltaico può godere, per legge, della detrazione del 50 % sulle imposte dedicate all’IRPEF; in secondo luogo, c’è anche un vantaggio economico immediato che è quello riscontrabile sulla bolletta elettrica. Naturalmente il vantaggio economico diventa maggiore con un impianto ad isola che presuppone la totale autonomia di un’abitazione o di un fabbricato rispetto alla rete elettrica nazionale.

Il vantaggio più interessante, tuttavia, è quello delle detrazioni fiscali sull’IRPEF che, tra le altre cose sono abbastanza flessibili e accessibili a diverse fasce sociali. Per ottenere queste detrazioni, infatti, non è necessario essere proprietario dell’immobile o del fabbricato su cui si installa l’impianto, ma si può essere anche locatari, imprenditori o soci di una cooperativa ed ottenere i medesimi vantaggi.

La tecnologia hdmi è entrata prepotentemente a far parte delle abitudini tecnologiche di milioni di uomini nel mondo. Per il tramite di questa tecnologia, infatti, passano tutte le informazioni audio e video digitali.

Cosa c’era prima della tecnologia hdmi?

Lo standard hdmi oggi è appoggiato dalle principali aziende tecnologiche del mondo che hanno scelto questa tecnologia per applicarla a numero impressionante di dispositivi tecnologici. Prima della tecnologia hdmi esisteva quella video composita e s-video che consentiva una trasmissione analogica dei dati audio; successivamente, è stato presentato il DVI che era la trasmissione digitale del segnale viseo, successivamente fusa nell’hdmi insieme al segnale digitale audio.

Con la tecnologia hdmi, invece, i dati video vengono trasmessi digitalmente fino ad una definizione full hd di 1920*1080. Inoltre, la tecnologia hdmi non trasmette solo dati video ma anche dati audio; nel passato, nella tecnologia s-video era possibile trasmettere solo dati video mediante i cavi rca. La tecnologia hdmi attualmente può essere utilizzata per connettere console, lettori dvd e lettori blue ray a pc monitor oppure a televisioni.

Lunghezza, usi e funzioni dell’hdmi

Un cavo hdmi non dovrebbe superare i 5 metri di lunghezza, perché in caso contrario la trasmissione dei segnali digitali sarebbe troppo debole per mantenere attiva la trasmissione. Ci sono tuttavia, anche cavi hdmi eccezionali – ad esempio quelli placcati in oro – la cui lunghezza può raggiungere anche i dieci metri. In linea di massima, un cavo hdmi non può superare la lunghezza di 12-16 metri. In genere, un cavo hdmi può trasmettere sia un segnale video di tipo standard che un segnale di tipo 3D.

Nel caso di trasmissione di segnale 3D, la qualità digitale supportata deve essere 1.4. Ultimamente è stato presentato anche la tecnologia hdmi nel formato 2.0 in grado di supportare 32 canali audio, cioè è possibile avere un multilingua simultaneo, ed è in grado di raggiungere una risoluzione di 2160p/a 60 fps e a 25 fps in 3D. L’audio trasmittibile attraverso una tecnologia hdmi può essere di tue tipologie: dolby digital, dolby true HD e DTS-HD.

Il DTS è simile al dolb digital ma non è compresso, quindi il segnale viene mandato in alta originale e non si perde più la qualità del suolo o dell’immagine. Infine, esistono diverse tipologie di cavi: il mini HDMI, HDMI, e micro HDMI. I cavi mini e micro hdmi si possono collegare a smartphone e tablet metre il cavo tradizionale si può collegare a tradizionali periferiche come console e lettori.

Non tutte le donne nascono per trascorrere ore ed ore ai fornelli; ad alcune piace cucinare solo nel fine settimana; ad altre non piace cucinare affatto. In questi casi, un robot da cucina può rappresentare un aiuto valido e concreto in cucina. Scopriamo perché.

Guadagnare tempo e lavoro

A differenza di quello che potrebbero pensare le donne più in là con l’età che sono abituate a cucinare tutti i giorni e a trascorrere tra i fornelli gran parte della propria esistenza, le più giovani possono facilmente apprezzare e godere dei vantaggi dei robot da cucina. Innanzitutto questi elettrodomestici consentono di guadagnare tempo e di cucinare piatti elaboratissimi.

Praticamente il tutto funziona aggiungendo la giusta quantità di ingredienti e procedendo a seguire passo passo le istruzioni indicate sulla ricetta. Le attività che un robot da cucina consente di svolgere in poco tempo sono davvero tante: frullare, tritare, mescolare sono solo alcune delle operazioni che – senza un robot – richiedono un impiego importante di tempo ed energia.

Vantaggi pratici di un robot da cucina

Provare per credere. Molte donne apprezzano i vantaggi del robot da cucina specie quando si tratta di preparare dolci. Immaginate di essere alle prese con la preparazione di una crostata alla marmellata. La crostata è fatta con la pasta frolla e la pasta frolla a sua volta, esige un po’ di tempo per la preparazione. Senza il robot da cucina bisognerebbe mescolare a mano una serie di ingredienti come uova, farina, zucchero, sale, vanillina ecc.

Con il robot da cucina, invece, si versa tutto in un unico boccale, si mescola automaticamente e si ripone in frigo per il riposo. La stessa operazione senza robot da cucina potrebbe richiedere oltre un’ora di tempo; con il robot da cucina, invece, saranno sufficienti pochi minuti. Il tempo, quindi, rappresenta la chiave di lettura di questo elettrodomestico che non va utilizzato solo quando non si ha tempo o voglia di cucinare, ma anche quando si desidera portare in tavola piatti particolarmente complessi.

Offrendo la possibilità di eseguire più azioni simultaneamente, infatti, il robot da cucina è in grado di aiutare le donne in cucina che desiderano cimentarsi nei piatti più complessi ed elaborati. Insomma, un robot da cucina è un aiuto valido per tutte: dalle donne che amano cucinare a quelle che non ne hanno alcuna voglia, la preparazione di primi e secondi piatti con questo elettrodomestico diventerà sicuramente più semplice per tutte.

Gli aerosol sono strumenti davvero importanti per risolvere alcuni problemi di salute legati soprattutto alle malattie delle vie respiratorie. Quando si parla di un aerosol ad ultrasuoni si fa riferimento ad una tipologia particolare di prodotto che si differenzia rispetto a quelli tradizionali per la capacità di scomporre il farmaco in piccole gocce.

Aerosol ad ultrasuoni: vantaggi e svantaggi

La soluzione del farmaco in gocce piccolissime è resa possibile dalla struttura stessa del macchinario che è internamente dotato di un piccolo pezzo di ceramica che a sua volta è subordinato ad una pressione elettrica particolarmente forte. Rispetto agli aerosol tradizionali, quelli ad ultrasuoni funzionano più velocemente rispetto a quelli tradizionali e sono in grado di diluire il farmaco in gocce ancora più piccole. Inoltre, gli aerosol ad ultrasuoni sono più silenziosi di quelli tradizionali, nonostante vadano incontro a quale svantaggio.

Ad esempio gli aereosol ad ultrasuoni si rompono più facilmente rispetto a quelli tradizionali e in alcuni casi sono anche capaci di alterare eccessivamente i principi del farmaco. Ciò è causato dal fatto che gli apparecchi ad ultrasuoni sono in grado di trasformare il farmaco in gocce davvero piccole ma per farlo hanno bisogno di surriscaldare il liquido più di un prodotto normale; nella fase di riscaldamento eccessivo è possibile effettivamente che le caratteristiche del farmaco vengano alterate. A conferma di ciò ci sono proprio alcuni farmaci che, nel foglietto illustrativo, sconsigliano l’uso di questo apparecchio per evitare il vanificarsi degli effetti benefici.

L’importanza di una pulizia corretta

In linea di massima, però, è possibile utilizzare un aerosol ad ultrasuoni in base al farmaco e alle sue caratteristiche. In effetti ci sono farmaci che per essere meglio assimilati dall’organismo hanno bisogno di essere scomposti in particelle piccolissime e altri che, al contrario, possono avere un effetto migliore se assunti con aerosol tradizionale. IN ogni caso, quando si utilizza questo apparecchio è fondamentale tenere a mente che la sua pulizia è fondamentale per il corretto funzionamento e per la salute stessa di chi lo utilizza.

Una pulizia superficiale dell’aerosol, in effetti, implica la possibilità che si formino microbi e batteri all’interno dell’apparecchio che – all’uso successivo del macchinario – vengono assimilati dall’organismo. Questo oltre a rappresentare una minaccia per la salute di chi usa l’aerosol, rappresenta un rischio anche per il corretto funzionamento della macchina e dei suoi accessori che se non puliti adeguatamente finiscono inevitabilmente con il rompersi.

Un bollitore elettrico è un accessorio da cucina utilizzato per portare l’acqua a bollore in tempi rapidi. Risulta formato da una brocca – solitamente in plastica – che presenta all’interno una resistenza in grado di far bollire e di riscaldare determinate quantità d’acqua. Altra importante caratteristica del bollitore elettrico è la presenza di una maniglia.

Solitamente molto larga e anatomicamente confortevole, così da assicurare un livello di presa ottimale e da permettere l’utilizzo da parte di persone di ogni età. Il bollitore elettrico risulta molto utile, soprattutto quando si ha poco tempo per gestire le varie attività quotidiane in cucina e si ha intenzione di ottimizzare le esigenze personali e quelle della propria famiglia.

Bollitore elettrico: i materiali

Come abbiamo appena ricordato, il bollitore elettrico è costituito da un corpo principale che funge da contenitore per l’acqua, sormontato da un apposito coperchio incernierato. Il materiale principale è la plastica, ma è anche possibile trovare bollitori elettrici realizzati in acciaio inox o vetro. Quest’ultima alternativa è utilizzata quasi esclusivamente per preparare il the. A seconda del materiale è possibile che il bollitore acqua si riscaldi molto anche esternamente una volta terminato il processo principale.

Oltre che da una varietà di materiali, i bollitori elettrici sono caratterizzati anche da un’ampia diversità di dimensioni, particolarità che permette di utilizzarli in numerose occasioni. Si tratta di un prodotto versatile che è amatissimo da chi trascorre in casa i pomeriggi invernali e, tra un’attività e l’altra, ama ritrovare il caldo e regalarsi un angolo di relax con una bevanda calda.

Le caratteristiche funzionali di un bollitore elettrico

Lo scopo principale di un bollitore elettrico è scaldare l’acqua, fino a portarla a temperatura di ebollizione. Questo aspetto rappresenta un ausilio molto importante in cucina sia nelle operazioni quotidiane (p.e. la preparazione di un particolare piatto che necessita di acqua calda o bollente), sia quando si ha intenzione di concedersi un momento di relax tra una faccenda e l’altra, per esempio bevendo una cioccolata calda o sorseggiando un the.

Tra le caratteristiche funzionali del bollitore elettrico è quindi possibile ricordare la presenza di un sistema di pre-impostazione della temperatura, in modo da scegliere l’opzione più adatta alle esigenze del momento. Tutti i bollitori elettrici sono dotati anche di funzione di autospegnimento una volta che l’acqua ha raggiunto la temperatura desiderata. In questo modo è possibile evitare spiacevoli incidenti domestici, come per esempio pericolosi sovraccarichi di corrente.

Tra i mille attrezzi che si utilizzano in casa per scopi diversi, il seghetto alternativo è probabilmente uno dei più utili ma anche dei meno conosciuti. Non tutti, infatti, sono consapevoli delle molteplici cose che è possibile fare con un semplice seghetto alternativo. Scopriamole insieme.

Tutti gli usi del seghetto alternativo

Del seghetto alternativo e dei molteplici usi per cui può essere impiegato non se ne sa molto. Eppure le operazioni domestiche ( e non solo) di un seghetto sono davvero tante. In ogni caso, è bene sapere che un seghetto va usato con una certa cautela perché si tratta – appunto – di uno strumento tagliente – che se usato in malo modo può anche essere pericoloso. In tutti i casi, se non si è molto esperti, è preferibile utilizzare un seghetto con una lama non troppo lunga.

A primo acchitto, utilizzare il seghetto alternativo potrebbe sembrare un gioco da ragazzi; tuttavia, specie se si è alla prima esperienza, è bene procedere con cautela e ascoltare qualche consiglio. Un seghetto alternativo funziona sempre con un apposito motore che fa muovere le lame; in genere, le lame si muovono nella doppia direzione di marcia per questo è preferibile fare attenzione a posizionare il seghetto nella direzione giusta del materiale che si desidera tagliare.

Tagli dritti e tagli paralleli

Inoltre quando si utilizza un seghetto alternativo bisognerebbe essere forniti degli accessori adeguati, come i guanti, gli occhiali e le scarpe contro gli infortuni. Una volta equipaggiati, è fondamentale anche avere i prodotti che servono per fissare i materiali da tagliare come i morsetti e una guida parallela. Il fissaggio dell’oggetto da tagliare, infatti, è indispensabile per non compromettere il taglio. In particolare la guida, è fondamentale quando si desidera effettuare un taglio parallelo.

Infatti, si fissa la guida alla radice del seghetto e si fa in mondo che resti legata al pezzo da tagliare. Solo in questo modo è possibile fare un taglio dritto con il seghetto. Le cose si complicano, invece, quando il seghetto si utilizza per un taglio di tipo circolare. In questo caso, si deve utilizzare una squadretta a forma di elle e delle viti a farfalla. In sostanza il lavoro da fare è quello di fissare una vite nel punto preciso del materiale che si vuole prendere come centro del cerchio da ritagliare e si procede al taglio fissando la base della L della squadra al seghetto e procedendo con movimenti circolari.

Router è un termine inglese che si può tradurre in italiano con la parola “instradatore”. A livello concreto si tratta di dispositivi elettronici – che possono avere dimensioni molto diverse a seconda della mole di funzioni da svolgere – che hanno l’obiettivo di smistare i dati provenienti dal web verso gli indirizzi IP dei dispositivi che fanno parte del network.

Router: diverse prestazioni, diverse dimensioni

Fondamentale è ricordare ogni volta che si parla di un router e dei suoi compiti il fatto che le dimensioni dell’apparecchio possono variare molto a seconda delle prestazioni richieste. Questo risulta logico se si pensa alla differenza tra i dati web che entrano ogni giorno nei device utilizzati in un ambiente domestico (in questo caso il router ha il compito di crittografare i segnali Wi-Fi) e quelli che vengono invece smistati dai provider. In questo caso il dispositivo fornisce dati a elementi presenti su una tabella d’instradamento, che non corrispondono a singoli device, bensì a intere reti.

Entra qui in gioco l’aspetto della scalabilità di carico, fondamentale quando si lavora sui grandi numeri, che consiste nella capacità di un sistema d’incrementare le prestazioni quando vengono fornite nuove risorse. Grazie alla scalabilità un router, come appena ricordato, può gestire anche reti molto ampie, per esempio quelle che rispondono a un medesimo provider. Il router è in generale connesso a più reti e decide verso quale via indirizzare i dati, basandosi sulle informazioni relative allo stato di ciascuna rete.

Router e cellulari

Nell’era dell’iperconnessione che ormai da tempo viviamo i router non si trovano solo nelle abitazioni, negli uffici o nelle sedi dei provider, ma anche nelle nostre borsette e negli zaini. La maggior parte degli smartphone funziona infatti anche come router Wi-Fi, permettendo all’utente di connettersi a internet dal proprio notebook anche in assenza di una rete locale. Questo servizio può essere gratuito o a pagamento a seconda della compagnia telefonica a cui è legata la sim del telefono.

Alcuni router sono caratterizzati dalla presenza di un firewall incorporato, che ha come obiettivo principale la protezione della rete informatica a cui rispondono tutti i device. I router attraversati da uno specifico pacchetto dati possono essere individuati attraverso specifici comandi da digitare nella shell, la parte del sistema operativo con cui gli utenti possono interagire. Si tratta di uno strumento fondamentale che può essere utile per privati e per aziende piccole medie o grandi.

Uno studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista PLoS Pathogens, ha dato un nuovo volto al virus Dengue. I ricercatori del Programma Emerging Infectious Diseases (EID), presso la Duke-NUS Graduate Medical School di Singapore (Duke-NUS), hanno infatti scoperto un nuovo meccanismo utilizzato dal virus (sierotipo DENV-2) per eludere il sistema di difesa umano. Si chiama virus Dengue e oggi vi spiego di che cosa si tratta.

Un virus nell’organismo

Tipicamente, quando un virus entra nel corpo e infetta le cellule, induce la produzione e il rilascio di interferoni (IFN), proteine in grado di attivare i meccanismi di difesa antivirale dell’organismo. La loro funzione specifica è infatti proprio quella di inibire la replicazione virale all’interno delle cellule infette e di impedirne l’ulteriore diffusione rafforzando l’attività delle cellule preposte alle difese immunitarie, come i linfociti T e i macrofagi.

Il virus Dengue entrando nella cellula e producendo grandi quantità di un RNA non codificante altamente strutturato, chiamato sfRNA, andrebbe ad attaccare quelle proteine cellulari (G3BP1, G3BP2 e CAPRI’ in grado di aiutare a generare un meccanismo di difesa. A causa di questa interazione, la cellula non sarebbe più capace di proteggersi contro la replicazione virale.

Cosa fa il virus Dengue?

Il virus Dengue utilizza molteplici strategie per eludere le nostre risposte immunitarie. Se con un approccio fallisce, ne utilizza un altro per replicarsi e diffondersi, ha dichiarato il professore Eng Eong Ooi, Vice Presidente dell’EID. Questi risultati evidenziano non solo nuovi meccanismi che regolano la nostra risposta immunitaria ma anche, nel caso del Dengue, come il virus abbia imparato ad evitarli. Sono comunque necessari ulteriori studi per comprendere a tutto tondo le varie differenze di attacco dei quattro ceppi virali”.

Il laboratorio del professor Garcia-Blanco descrive quindi un nuovo modo in cui il virus Dengue evita di essere ucciso dalla nostra risposta immunitaria. Producendo frammenti del proprio genoma, in grado di agire come una spugna, assorbirebbe quei fattori necessari a produrre meccanismi antivirali. Questo lavoro è un importante contributo per la prensione globale delle strategie impiegate dal virus, fondamentale per elaborare terapie nuove ed efficaci.

Qualche anno fa una scoperta del genere avrebbe destato ironie e scalpore specie tra le file degli scienziati più obsoleti e meno inclini all’avanzamento della modernità tra i laboratori sperimentali. Oggi invece il virus Dengue è in qualche modo la dimostrazione pratica che è possibile abbattere i pregiudizi, specie quelli scientifici perché in laboratorio c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

Arriva la piattaforma per collegare qualsiasi oggetto a internet. Si chiama DQuid IO ed è una piccola scheda con Bluetooth, sistema di localizzazione GPS, Wi-Fi, GPRS e porte di collegamento che consentono di connetterla a qualsiasi tipo di oggetto, elettrodomestico, veicolo o dispositivo.

La lavatrice wi-fi è made in Italy

È stata sviluppata da alcuni giovani italiani di Reggio Emilia ed è davvero semplice da utilizzare. La notizia somiglia all’annuncio dell’inizio di una rivoluzione nel settore, poiché si prevede che, entro il 2020, sul pianeta ci saranno più di 30 miliardi di oggetti collegati al web. L’obiettivo del team italiano è fornire una piattaforma di lavoro che possa essere usata dalle startup e dagli sviluppatori nel settore della digital industrial economy. La tecnologia made in Italy, crea app che dialogano con la scheda, utilizzando un protocollo e una piattaforma standard già pronti.

L’azienda produttrice fornisce le interfaccia di programmazione dell’applicazione (Api) che permettono di creare il software per la gestione del dispositivo. Il collegamento tra scheda e smartphone, o computer, è invece gestito da un sistema cloud che utilizza i server di DQuid, consentendo di accedere al dispositivo in pochi secondi. Attraverso DQuid è possibile gestire, semplicemente con un’app nello smartphone, la macchina del caffè, il forno o le luci.

Aumenteranno forse del 55% gli incubi degli italiani, che si dicono preoccupati per l’eccessiva connettività che alla lunga potrebbe violare privacy e dati sensibili. Il costo non è proibitivo: tra i 40 e i 100 euro a scheda, compresi anche gli accessori per l’installazione sugli oggetti. La Piaggio già utilizza la piattaforma per digitalizzare le informazioni sull’utilizzo del motociclo.

Ci fa bene tutta questa tecnologia?

Dopo l’arrivo della lavatrice wi-fi, la domanda sorge spontanea. E’ davvero utile avere tutta questa tecnologia intorno a noi, specie nelle azioni più banali come quella di lavare il bucato. La risposta, come sempre, dipende dai punti di vista. Per molte donne una lavatrice in grado di connettersi ad internet potrebbe rivelarsi assolutamente inutile; per altre, invece, potrebbe essere un vero e proprio gioiello hi-tech. Non bisogna dimenticare, in effetti, che la popolazione più attiva on line – specie in Italia – è quella femminile. On line, infatti, pullulano i siti web dedicati alle ricette, alle mamme e a tutto quello che rappresenta il mondo e le abitudini della sfera femminile. Proprio per questo una lavatrice wi fi potrebbe essere meno inutile e apprezzata di quanto si potrebbe immaginare.

Quando si parla di accoppiamento, le antenne si drizzano non solo per gli esseri umani ma anche e soprattutto per la scienza. Da sempre, in effetti, lo studio dell’accoppiamento tra insetti e animali ha permesso alla biologia di fare grandi passi in avanti nella conoscenza del regno animale, e non solo. Vediamo per esempio cosa è stato dedotto da uno studio condotto sulle mosche.

Così fan tutte

L’accoppiamento è un rituale complicato non solo per gli esseri umani, ma anche per le mosche. Pare sia tutta colpa di un gene, lAbd-B, collegato allo sviluppo dei neuroni responsabili della ricettività sessuale nelle femmine della Drosophila melanogaster. Tale gene, infatti, sarebbe responsabile della risposta femminile nei confronti delle avances del maschio. Lo studio, condotto da un team di ricerca della Rockefeller University, è il primo a mostrare un collegamento genetico alla ricettività sessuale. Fino a poco tempo fa, la ricerca era concentrata principalmente sul comportamento appariscente dei maschi.

“Poichè la routine di corteggiamento dei maschi è complessa, precedente-mente si pensava che il ruolo femminile fosse relegato ad una semplice questione di accettazione passiva”, ha dichiarato Jennifer J. Bussell, autrice principale dello studio. Invece, secondo i nostri studi, si è visto che c’è molto di più di un semplice sì o no da parte delle femmine. Le donne, quindi, in un certo senso hanno un ruolo dominante anche quando si tratta di femmine formato mosche. E questo la dice lunga sulle somiglianze, ormai da tempo accertate scientificamente, tra il patrimonio biologico dell’uomo e quello degli animali, insetti compresi. In fin dei conti, lo studio delle mosche potrebbe rivelare qualche dettaglio in più anche su noi stessi.

Studiare le mosche per capire la genetica

Le mosche sono uno strumento scientifico utile per lo studio della genetica e in particolare del comportamento. In questa ricerca, il team ha collegato lAbd-B ad un insieme di neuroni che controllano, nello specifico, la ricettività sessuale. Secondo i ricercatori, questo è un esempio di come, comportamenti innati, vengano spesso controllati da neuroni organizzati in unità modulari.

Per determinare quale gene o gruppo di geni controllano la ricettività sessuale, gli studiosi hanno impiegato una tecnica chiamata RNA interference, un meccanismo epigenetico mediante il quale alcuni frammenti di RNA sono in grado di interferire e spegnere l’espressione genica. Con questa sorta di “silenziamento genetico”, il team ha potuto osservare l’effetto di quel determinato gene sull’organismo, proprio come quando all’interno di un quadro elettrico si prova a spegnere o accendere un interruttore per vedere a quale comando corrisponde.

Password e memoria, un connubio che fino a ieri sembrava eterno e che ora pare destinato a scomparire. Presto non sarà più necessario associare le nostre parole d’ordine telematiche alle date, ai numeri o alle parole che ci sono più care. L’era della password imparata a memoria sta per finire, al posto nostro ci penseranno i dispositivi.

Come saranno le password del futuro?

Dalla Silicon Valley assicurano infatti che sono in arrivo sistemi di sicurezza a prova di hacker, che semplificheranno non poco la nostra quotidianità spesso condizionata da numerosi codici da dover ricordare a memoria. La novità è pensata sia per il privato che per il pubblico come negli Stati Uniti, dove i nuovi metodi di sicurezza sono già utilizzati da grandi aziende e università. La password moderna è stata ideata dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston già nel 1961, ma ora sarà il mondo virtuale a cambiare completamente un sistema ormai di lunga data.

Tra i nuovi sistemi di sicurezza ci sarà, ad esempio, lo “smart ring”, un anello in acciaio e titanio a tecnologia Near Field Communication (Ncf) con due chip incorporati. Uno permetterà di trasferire i dati personali su uno smartphone dotato di tecnologia Ncf avvicinando l’anello al dispositivo, l’altro chip potrà, invece, abilitare le applicazioni, inserire le password e accedere al telefono. La possibilità di rinunciare alle password rappresenta un vero e proprio miraggio per chi lavora in ufficio e quotidianamente si trova costretto ad avere a che fare con decine di password da ricordare. E se è vero che basta conservarle tutte in una cartella, è anche vero che il tempo impiegato per recuperarle oltre che il rischio di vedersi violata la cartella è comunque troppo alto.

Dalla Silicon Valley i nuovi sistemi di sicurezza a prova di hacker

Per combattere gli hacker e difendere la propria privacy si è pensato anche all’autenticazione tramite un messaggio di testo. Oppure ad un’applicazione particolare sullo smartphone, molto vantaggiosa perché funziona anche senza segnale. Il metodo è veloce, semplice e mette al riparo da intrusioni visto che il processo si può bloccare molto rapidamente. Ma non finisce qui. Nella Silicon Valley si studia per la realizzazione di sistemi di sicurezza ancora più sofisticati, come quelli basati sul riconoscimento dell’iride o dell’impronta digitale, sistema già in commercio sugli smartphone più avanzati. E niente paura nel caso in cui il telefono venisse rubato; gli smartphone si possono sempre bloccare con i pin o con la propria impronta digitale.

Oggi ci occupiamo del famoso caso stamina. Il 17 luglio 2014 il Pubblico Ministero Raffaele Guariniello ha chiesto il rinvio a giudizio per Davide Vannoni e altre io persone coinvolte nella cosiddetta “vicenda Stamina”. Ci si chiede se questo sia finalmente l’epilogo del Caso Stamina. Appare improbabile, perché Stamina non è un caso isolato, ci sono decine di esempi in tutto il mondo di presunte terapie a base di cellule staminali mesenchimali adulte che vengono spacciate come malattie umane. Sono 398 gli studi in corso nel mondo, di cui il 60% in paesi asiatici che vanno avanti da anni senza produrre risultati.

“Sperimentazione” è una parola che genera ancora molta diffidenza nell’opinione pubblica, essa invece garantisce che ogni farmaco arrivi sul mercato solamente se esistono sufficienti dati per stabilire che il beneficio portato dalla terapia è superiore al rischio di assumerlo. Il compito di vigilare sulla sperimentazione e di stabilire il cosiddetto profilo rischio/beneficio di una terapia, spetta alle agenzie regolatorie. In tutto il mondo vi è una sola agenzia regolatoria per Paese, in Italia è l’Agenzia Italiana del Farmaco (ALFA).

IL 15 maggio 2012, in seguito ad un’ispezione congiunta con i NAS, ALFA emise un’ordinanza che vietava la produzione, il trasporto e la somministrazione di presunte cellule staminali mesenchimali prodotte in violazione alle normative nazionali ed europee sulle preparazioni medicinali. E ci si chiede come mai l’epilogo del Caso Stamina non sia avvenuto due anni fa come sarebbe successo in qualunque Paese del mondo. In Italia invece il Ministro Baldi ha tentato di deregolamentare il mercato delle cellule staminali, nella sua prima proposta di un decreto legge che equiparava le cellule staminali mesenchimali a tessuti, ovvero a trapianti. In questo modo, se il decreto fosse arrivato in quella forma all’approvazione del Parlamento, si sarebbe dato il via libera alla somministrazione di preparati di cellule staminali e non, in assenza di sperimentami.

Stamina e il punto di vista italiano

La linea politica del Ministro della Salute Lorenzin è stata invece molto più chiara, dichiarando di voler lasciare l’ultima parola alla Scienza. Eppure la comunità scientifica aveva già parlato forte e chiaro contro il caso Stamina ed in modo unanime. Basta ricordare i 5 editoriali della rivista Nature dedicati alla vicenda e le forti parole di condanna del premio Nobel Shinya Yamanaka. Ci si chiede in quale altro modo e a quali livelli la Scienza avrebbe potuto esprimersi più chiaramente. Sono passati due anni e anche dopo il rinvio a giudizio, i Giudici continuano a emanare ordinanze sulla base di considerazioni individuali senza alcun razionale tecnico o clinico.

Questo perché, nonostante le nomine di ben due commissioni di esperti scienziati e tecnici, deve essere la Politica a riconoscere che la responsabilità di concludere la vicenda Stamina è proprio del Parlamento e non della Scienza. Quello stesso Parlamento che ha legiferato sulla possibilità di destinare 3 milioni di euro di risorse pubbliche alla sperimentazione clinica del cosiddetto metodo Vannoni. La vicenda si potrebbe concludere anche ora, ma è la politica che deve trovare l’ultima parola, ammesso che ne abbia una, perché la Scienza ha finito tutte le sue.