In italia, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, lo sviluppo dell’energia eolica non va poi così male. Già nel 2011 l’Italia si collocava al 7 posto nella classifica mondiale e attualmente si trova al 4′ posto in quella europea. Nel 2013, ha prodotto 15 TWh (tetra watt all’ora) di energia, in grado di coprire il fabbisogno energetico domestico di 15 milioni di persone, circa il 25% dell’intera popolazione, con un risparmio di circa 19 milioni di barili di petrolio corrispondenti a 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2.

Se consideriamo poi, che l’Italia importa un 13% di energia elettrica e un 80% di materie prime per la produzione di energia, l’incremento dell’eolico può aiutare a diminuire il tasso di importazione che, a livello globale, è tra i più alti. Il meccanismo di incentivazione dei Certificati Verdi (CV) è stato ideato proprio per sviluppare la produzione di energia elettrica nel mercato interno.

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Le primissime biostampanti non erano costose o patinate. Avevano l’aspetto di stampanti da tavolo da due soldi e, in effetti, lo erano. Nel 2000, il bioingegnere Thomas Boland, che ha de-scritto sé stesso come “il nonno del bioprinting” ha posato l’occhio su una vecchia Lexmark nel suo laboratorio alla Clemson University. Gli scienziati avevano già modificato le stampanti a getto d’inchiostro per stampare frammenti di DNA e studiarne la composizione genica.

Se un getto d’inchiostro poteva stampare geni, pensò Boland, forse lo stesso hardware avrebbe potuto stampare altri biomateriali. Dopotutto, le cellule umane più piccole misurano 10 micron, circa le dimensioni delle goccioline d’inchiostro standard. Così, Boland ha svuotato la cartuccia d’inchiostro della Lexmark e l’ha riempita di collagene. Ha poi incollato un sottile foglio di silicio nero a carta bianca e l’ha inserito nella stampante.

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Nell’ottobre 2012, gli astronomi svizzeri hanno scoperto un pianeta delle dimensioni della Terra che orbitava intorno alla stella più piccola del sistema binario Alpha Centauri. Seguendo la tradizione, gli scienziati che avevano scoperto il pianeta, gli diedero un’indicazione alfabetica Alpha Centauri Bb. In cerca di un soprannome più orecchiabile, la start-up Uwingu promosse un concorso pubblico per dargliene uno. Si pagavano circa 3,50 € per suggerire dei nomi e 99 centesimi per votarli. Una parte del ricavato andava poi alla ricerca e all’istruzione.

La campagna fu un successo, migliaia di persone vi parteciparono, ma richiamò anche l’attenzione dell’Unione Astronomica Internazionale (International Astronomical Union, IAU), arbitro indiscusso dei nomi celesti dal 1919. L’organizzazione si era schierata contro la Uwingu già in primavera, per una campagna finalizzata a vendere certificati per la denominazione dei crateri di Marte, nel tentativo di creare il primo atlante dettagliato del pianeta.

Il crowdfunding, ovvero il finanziamento collettivo, può essere un potente strumento perché in grado di creare il capitale che molti scienziati non potrebbero mai avere, soprattutto in tempi di tagli alla ricerca. Si pensi che solo quest’anno il budget della NASA si è ridotto del 10%. Negli ultimi anni, un certo numero di scienziati si è rivolto a grandi piattaforme di crowdfunding come Indiegogo e anche a quelle più piccole, pensate proprio per la scienza.

Futuro del crowdfunding

Attualmente non ci sono regole che impediscono, ad una catena di” pizzerie o ad un miliardario di comprare tutti i diritti di\ denominazione dello spazio. La IAU ha combattuto gli schemi di denominazione delle stelle per decenni e per buoni motivi. Le nomenclature standardizzate limitano la confusione, per questo la IAU le ha create. Dopo tutto, per fare un esempio, potremmo anche conoscerla come la Grande Mela o la Città che non dorme mai, ma sulle mappe ufficiali sarà sempre New York.

Negli ultimi sei anni, gli scienziati hanno scoperto più di 1.790 pianeti extrasolari, e migliaia sono ancora in attesa di essere confermati. Nel nostro sistema solare, dalle prime missioni verso Plutone, risulta che l’asteroide Cerere e una cometa arriveranno in autunno, rendendo gli standard di denominazione molto più importanti. Detto questo, il successo di Uwingu ha finora dimostrato che in questo processo, c’è un posto anche per il pubblico. La IAU l’ha capito e, l’anno scorso, ha collaborato con l’istituto no-profit SETI, per cercare i nomi per due nuove lune di Plutone.

Il prossimo passo potrebbe essere quello di lavorare con aziende, come la Uwingu, per raccogliere ed esaminare le idee pubbliche. La Uwingu, a sua volta, potrebbe utilizzare i concorsi e il crowdfunding come meccanismo di sostegno per la ricerca. Fatto sta che IAU e Uwingu hanno bisogno l’una dell’altra. E la scienza spaziale ha bisogno di entrambi.

Uno studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista PLoS Pathogens, ha dato un nuovo volto al virus Dengue. I ricercatori del Programma Emerging Infectious Diseases (EID), presso la Duke-NUS Graduate Medical School di Singapore (Duke-NUS), hanno infatti scoperto un nuovo meccanismo utilizzato dal virus (sierotipo DENV-2) per eludere il sistema di difesa umano. Si chiama virus Dengue e oggi vi spiego di che cosa si tratta.

Un virus nell’organismo

Tipicamente, quando un virus entra nel corpo e infetta le cellule, induce la produzione e il rilascio di interferoni (IFN), proteine in grado di attivare i meccanismi di difesa antivirale dell’organismo. La loro funzione specifica è infatti proprio quella di inibire la replicazione virale all’interno delle cellule infette e di impedirne l’ulteriore diffusione rafforzando l’attività delle cellule preposte alle difese immunitarie, come i linfociti T e i macrofagi.

Il virus Dengue entrando nella cellula e producendo grandi quantità di un RNA non codificante altamente strutturato, chiamato sfRNA, andrebbe ad attaccare quelle proteine cellulari (G3BP1, G3BP2 e CAPRI’ in grado di aiutare a generare un meccanismo di difesa. A causa di questa interazione, la cellula non sarebbe più capace di proteggersi contro la replicazione virale.

Cosa fa il virus Dengue?

Il virus Dengue utilizza molteplici strategie per eludere le nostre risposte immunitarie. Se con un approccio fallisce, ne utilizza un altro per replicarsi e diffondersi, ha dichiarato il professore Eng Eong Ooi, Vice Presidente dell’EID. Questi risultati evidenziano non solo nuovi meccanismi che regolano la nostra risposta immunitaria ma anche, nel caso del Dengue, come il virus abbia imparato ad evitarli. Sono comunque necessari ulteriori studi per comprendere a tutto tondo le varie differenze di attacco dei quattro ceppi virali”.

Il laboratorio del professor Garcia-Blanco descrive quindi un nuovo modo in cui il virus Dengue evita di essere ucciso dalla nostra risposta immunitaria. Producendo frammenti del proprio genoma, in grado di agire come una spugna, assorbirebbe quei fattori necessari a produrre meccanismi antivirali. Questo lavoro è un importante contributo per la prensione globale delle strategie impiegate dal virus, fondamentale per elaborare terapie nuove ed efficaci.

Qualche anno fa una scoperta del genere avrebbe destato ironie e scalpore specie tra le file degli scienziati più obsoleti e meno inclini all’avanzamento della modernità tra i laboratori sperimentali. Oggi invece il virus Dengue è in qualche modo la dimostrazione pratica che è possibile abbattere i pregiudizi, specie quelli scientifici perché in laboratorio c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

Arriva la piattaforma per collegare qualsiasi oggetto a internet. Si chiama DQuid IO ed è una piccola scheda con Bluetooth, sistema di localizzazione GPS, Wi-Fi, GPRS e porte di collegamento che consentono di connetterla a qualsiasi tipo di oggetto, elettrodomestico, veicolo o dispositivo.

La lavatrice wi-fi è made in Italy

È stata sviluppata da alcuni giovani italiani di Reggio Emilia ed è davvero semplice da utilizzare. La notizia somiglia all’annuncio dell’inizio di una rivoluzione nel settore, poiché si prevede che, entro il 2020, sul pianeta ci saranno più di 30 miliardi di oggetti collegati al web. L’obiettivo del team italiano è fornire una piattaforma di lavoro che possa essere usata dalle startup e dagli sviluppatori nel settore della digital industrial economy. La tecnologia made in Italy, crea app che dialogano con la scheda, utilizzando un protocollo e una piattaforma standard già pronti.

L’azienda produttrice fornisce le interfaccia di programmazione dell’applicazione (Api) che permettono di creare il software per la gestione del dispositivo. Il collegamento tra scheda e smartphone, o computer, è invece gestito da un sistema cloud che utilizza i server di DQuid, consentendo di accedere al dispositivo in pochi secondi. Attraverso DQuid è possibile gestire, semplicemente con un’app nello smartphone, la macchina del caffè, il forno o le luci.

Aumenteranno forse del 55% gli incubi degli italiani, che si dicono preoccupati per l’eccessiva connettività che alla lunga potrebbe violare privacy e dati sensibili. Il costo non è proibitivo: tra i 40 e i 100 euro a scheda, compresi anche gli accessori per l’installazione sugli oggetti. La Piaggio già utilizza la piattaforma per digitalizzare le informazioni sull’utilizzo del motociclo.

Ci fa bene tutta questa tecnologia?

Dopo l’arrivo della lavatrice wi-fi, la domanda sorge spontanea. E’ davvero utile avere tutta questa tecnologia intorno a noi, specie nelle azioni più banali come quella di lavare il bucato. La risposta, come sempre, dipende dai punti di vista. Per molte donne una lavatrice in grado di connettersi ad internet potrebbe rivelarsi assolutamente inutile; per altre, invece, potrebbe essere un vero e proprio gioiello hi-tech. Non bisogna dimenticare, in effetti, che la popolazione più attiva on line – specie in Italia – è quella femminile. On line, infatti, pullulano i siti web dedicati alle ricette, alle mamme e a tutto quello che rappresenta il mondo e le abitudini della sfera femminile. Proprio per questo una lavatrice wi fi potrebbe essere meno inutile e apprezzata di quanto si potrebbe immaginare.

Quando si parla di accoppiamento, le antenne si drizzano non solo per gli esseri umani ma anche e soprattutto per la scienza. Da sempre, in effetti, lo studio dell’accoppiamento tra insetti e animali ha permesso alla biologia di fare grandi passi in avanti nella conoscenza del regno animale, e non solo. Vediamo per esempio cosa è stato dedotto da uno studio condotto sulle mosche.

Così fan tutte

L’accoppiamento è un rituale complicato non solo per gli esseri umani, ma anche per le mosche. Pare sia tutta colpa di un gene, lAbd-B, collegato allo sviluppo dei neuroni responsabili della ricettività sessuale nelle femmine della Drosophila melanogaster. Tale gene, infatti, sarebbe responsabile della risposta femminile nei confronti delle avances del maschio. Lo studio, condotto da un team di ricerca della Rockefeller University, è il primo a mostrare un collegamento genetico alla ricettività sessuale. Fino a poco tempo fa, la ricerca era concentrata principalmente sul comportamento appariscente dei maschi.

“Poichè la routine di corteggiamento dei maschi è complessa, precedente-mente si pensava che il ruolo femminile fosse relegato ad una semplice questione di accettazione passiva”, ha dichiarato Jennifer J. Bussell, autrice principale dello studio. Invece, secondo i nostri studi, si è visto che c’è molto di più di un semplice sì o no da parte delle femmine. Le donne, quindi, in un certo senso hanno un ruolo dominante anche quando si tratta di femmine formato mosche. E questo la dice lunga sulle somiglianze, ormai da tempo accertate scientificamente, tra il patrimonio biologico dell’uomo e quello degli animali, insetti compresi. In fin dei conti, lo studio delle mosche potrebbe rivelare qualche dettaglio in più anche su noi stessi.

Studiare le mosche per capire la genetica

Le mosche sono uno strumento scientifico utile per lo studio della genetica e in particolare del comportamento. In questa ricerca, il team ha collegato lAbd-B ad un insieme di neuroni che controllano, nello specifico, la ricettività sessuale. Secondo i ricercatori, questo è un esempio di come, comportamenti innati, vengano spesso controllati da neuroni organizzati in unità modulari.

Per determinare quale gene o gruppo di geni controllano la ricettività sessuale, gli studiosi hanno impiegato una tecnica chiamata RNA interference, un meccanismo epigenetico mediante il quale alcuni frammenti di RNA sono in grado di interferire e spegnere l’espressione genica. Con questa sorta di “silenziamento genetico”, il team ha potuto osservare l’effetto di quel determinato gene sull’organismo, proprio come quando all’interno di un quadro elettrico si prova a spegnere o accendere un interruttore per vedere a quale comando corrisponde.

Password e memoria, un connubio che fino a ieri sembrava eterno e che ora pare destinato a scomparire. Presto non sarà più necessario associare le nostre parole d’ordine telematiche alle date, ai numeri o alle parole che ci sono più care. L’era della password imparata a memoria sta per finire, al posto nostro ci penseranno i dispositivi.

Come saranno le password del futuro?

Dalla Silicon Valley assicurano infatti che sono in arrivo sistemi di sicurezza a prova di hacker, che semplificheranno non poco la nostra quotidianità spesso condizionata da numerosi codici da dover ricordare a memoria. La novità è pensata sia per il privato che per il pubblico come negli Stati Uniti, dove i nuovi metodi di sicurezza sono già utilizzati da grandi aziende e università. La password moderna è stata ideata dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston già nel 1961, ma ora sarà il mondo virtuale a cambiare completamente un sistema ormai di lunga data.

Tra i nuovi sistemi di sicurezza ci sarà, ad esempio, lo “smart ring”, un anello in acciaio e titanio a tecnologia Near Field Communication (Ncf) con due chip incorporati. Uno permetterà di trasferire i dati personali su uno smartphone dotato di tecnologia Ncf avvicinando l’anello al dispositivo, l’altro chip potrà, invece, abilitare le applicazioni, inserire le password e accedere al telefono. La possibilità di rinunciare alle password rappresenta un vero e proprio miraggio per chi lavora in ufficio e quotidianamente si trova costretto ad avere a che fare con decine di password da ricordare. E se è vero che basta conservarle tutte in una cartella, è anche vero che il tempo impiegato per recuperarle oltre che il rischio di vedersi violata la cartella è comunque troppo alto.

Dalla Silicon Valley i nuovi sistemi di sicurezza a prova di hacker

Per combattere gli hacker e difendere la propria privacy si è pensato anche all’autenticazione tramite un messaggio di testo. Oppure ad un’applicazione particolare sullo smartphone, molto vantaggiosa perché funziona anche senza segnale. Il metodo è veloce, semplice e mette al riparo da intrusioni visto che il processo si può bloccare molto rapidamente. Ma non finisce qui. Nella Silicon Valley si studia per la realizzazione di sistemi di sicurezza ancora più sofisticati, come quelli basati sul riconoscimento dell’iride o dell’impronta digitale, sistema già in commercio sugli smartphone più avanzati. E niente paura nel caso in cui il telefono venisse rubato; gli smartphone si possono sempre bloccare con i pin o con la propria impronta digitale.

Oggi ci occupiamo del famoso caso stamina. Il 17 luglio 2014 il Pubblico Ministero Raffaele Guariniello ha chiesto il rinvio a giudizio per Davide Vannoni e altre io persone coinvolte nella cosiddetta “vicenda Stamina”. Ci si chiede se questo sia finalmente l’epilogo del Caso Stamina. Appare improbabile, perché Stamina non è un caso isolato, ci sono decine di esempi in tutto il mondo di presunte terapie a base di cellule staminali mesenchimali adulte che vengono spacciate come malattie umane. Sono 398 gli studi in corso nel mondo, di cui il 60% in paesi asiatici che vanno avanti da anni senza produrre risultati.

“Sperimentazione” è una parola che genera ancora molta diffidenza nell’opinione pubblica, essa invece garantisce che ogni farmaco arrivi sul mercato solamente se esistono sufficienti dati per stabilire che il beneficio portato dalla terapia è superiore al rischio di assumerlo. Il compito di vigilare sulla sperimentazione e di stabilire il cosiddetto profilo rischio/beneficio di una terapia, spetta alle agenzie regolatorie. In tutto il mondo vi è una sola agenzia regolatoria per Paese, in Italia è l’Agenzia Italiana del Farmaco (ALFA).

IL 15 maggio 2012, in seguito ad un’ispezione congiunta con i NAS, ALFA emise un’ordinanza che vietava la produzione, il trasporto e la somministrazione di presunte cellule staminali mesenchimali prodotte in violazione alle normative nazionali ed europee sulle preparazioni medicinali. E ci si chiede come mai l’epilogo del Caso Stamina non sia avvenuto due anni fa come sarebbe successo in qualunque Paese del mondo. In Italia invece il Ministro Baldi ha tentato di deregolamentare il mercato delle cellule staminali, nella sua prima proposta di un decreto legge che equiparava le cellule staminali mesenchimali a tessuti, ovvero a trapianti. In questo modo, se il decreto fosse arrivato in quella forma all’approvazione del Parlamento, si sarebbe dato il via libera alla somministrazione di preparati di cellule staminali e non, in assenza di sperimentami.

Stamina e il punto di vista italiano

La linea politica del Ministro della Salute Lorenzin è stata invece molto più chiara, dichiarando di voler lasciare l’ultima parola alla Scienza. Eppure la comunità scientifica aveva già parlato forte e chiaro contro il caso Stamina ed in modo unanime. Basta ricordare i 5 editoriali della rivista Nature dedicati alla vicenda e le forti parole di condanna del premio Nobel Shinya Yamanaka. Ci si chiede in quale altro modo e a quali livelli la Scienza avrebbe potuto esprimersi più chiaramente. Sono passati due anni e anche dopo il rinvio a giudizio, i Giudici continuano a emanare ordinanze sulla base di considerazioni individuali senza alcun razionale tecnico o clinico.

Questo perché, nonostante le nomine di ben due commissioni di esperti scienziati e tecnici, deve essere la Politica a riconoscere che la responsabilità di concludere la vicenda Stamina è proprio del Parlamento e non della Scienza. Quello stesso Parlamento che ha legiferato sulla possibilità di destinare 3 milioni di euro di risorse pubbliche alla sperimentazione clinica del cosiddetto metodo Vannoni. La vicenda si potrebbe concludere anche ora, ma è la politica che deve trovare l’ultima parola, ammesso che ne abbia una, perché la Scienza ha finito tutte le sue.